Ho creato questo luogo
Ho creato questo luogo con molta attenzione, non pensando neanche per un attimo a come si prepara un sito. Ho pensato, piuttosto, a come fare per preparare uno spazio, un luogo, una stanza, in cui qualcuno può entrare senza dover “fare” qualcosa.

Questo non è solo un contenitore di informazioni sul mio lavoro, è un luogo pensato per essere attraversato lentamente, con il corpo presente, attento, curioso.
Se sei qui per la prima volta, forse non mi conosci ancora.
Se invece mi conosci già, magari questo spazio ti sembrerà familiare.
In entrambi i casi, il mio desiderio è lo stesso: che tu possa sentirti accolt* prima ancora di capire.
Mentre leggi, il corpo è già qui. È seduto, appoggiato, sostenuto da qualcosa. Respira a modo suo, tiene tensioni che spesso non nomini, porta una storia che non ha bisogno di essere spiegata adesso.
Non ti chiedo di fare nulla con questo. Non di rilassarti, non di concentrarti meglio. Solo di lasciare che la lettura avvenga insieme a ciò che c’è, così com’è.

Questo luogo nasce dall’idea che non tutto ciò che è difficile in noi debba essere corretto o riparato.
Molta della fatica che portiamo non è un errore, ma il segno di adattamenti profondi, intelligenti, spesso necessari.
E che prima di parlare di cambiamento sia essenziale parlare di sicurezza.
Nel mio lavoro come terapeuta mi occupo di Compassion Focused Therapy.
Un approccio che non chiede alle persone di essere più gentili con sé per forza, ma che si interroga su quanto sia stato possibile esserlo, in passato. Un approccio che considera l’autocritica, il controllo, l’iper-vigilanza non come nemici, ma come strategie di sopravvivenza apprese in contesti in cui abbassare la guardia non era un’opzione.
Essere una terapeuta significa, per me, tenere conto del corpo prima delle spiegazioni.
Del sistema nervoso prima delle parole giuste.
Del fatto che non tutti i ritmi sono uguali, e che adattarsi continuamente può avere un costo molto alto, anche quando dall’esterno non si vede.

Questo spazio riflette questo: non (solo) il mio modo di lavorare, ma il mio modo di essere, come persona e come terapeuta.
Un modo che non spinge. Non incalza. Non promette di aggiustare.
Forse, continuando a leggere, noterai dentro di te una voce che valuta. Che chiede se stai facendo “nel modo giusto”, se questo serve davvero.
Nel mio lavoro, queste voci non vengono zittite: vengono ascoltate come parti che hanno imparato a tenere insieme le cose quando era necessario farlo da sole.
Qui non chiediamo loro di andarsene.
Solo di non dover guidare tutto, per qualche momento.
Se, mentre sei qui, il respiro si è fatto anche solo un poco più ampio,
se il corpo ha trovato un appoggio più chiaro, se c’è stato un attimo in cui non ti sei sentit* sotto esame, allora questo luogo sta già funzionando un pochino.
Il mio luogo nasce per questo. Per offrire uno spazio in cui non devi spiegarti, performare, migliorarti prima di essere accolt*.
Un luogo in cui puoi arrivare inter*, anche con le parti stanche, rigide, diffidenti.


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